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Fantozzi al tempo del blazer: il lavoro smobilita l'uomo

Perché è doveroso rifiutare le proposte dall'estero

7 luglio 2003
. Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa agghiacciante testimonianza da un giovane neolaureato italiano.

Arrivai in Grecia appena dopo la laurea. Era venerdì 17 maggio. Il lavoro che avevo trovato dall’Italia sembrava fantastico: una traineeship a Salonicco presso una azienda che importava accessori per auto, la Autoline, dove mi sarei occupato esclusivamente di marketing.
Mi ero avvalso dell'aiuto (pagato) dell'Aiesec, un’associazione internazionale di universitari di economia che avrebbe dovuto prendersi cura del mio inserimento nella società greca e, senza che nessuno glielo avesse chiesto, del mio tempo libero.

Sin dall’inizio questi tipi erano sospettosamente premurosi. Non facevano che dirmi quant’erano felici che io fossi lì. Come si usava per l’arrivo dei nuovi trainees, venne organizzato un party per darmi il benvenuto. Fra le altre meravigliose iniziative in mio onore avevano architettato un imbarazzante balletto con coreografia e musiche originali e testi in italiano. Nelle loro intenzioni avrebbero dovuto farmi schiattare dal ridere. La graziosa canzoncina faceva più o meno così:

"E mangiare la banana,mmh buona la banana,
masticare la banana,mmh buona la banana,
vomitare la banana,mmh buona la banana,
rimangiare la banana, mmh buona la banana

e cagare la banana, mmh buona la banana"

Quando finalmente riuscii a fuggire, inventando incontri inderogabili, me ne andai in un bar tentando di lavare la coscienza con un paio di ettolitri di birra. Ma in realtà a tutt’oggi mi sento ancora sporco dentro.

Poco male, pensai ottimista: mi trovavo finalmente in Grecia pronto all'ingresso nel rutilante mondo del lavoro. C'era un' azienda dove avrei potuto mettere a frutto lunghi anni di noiosissimi studi. Sapevo che mi stavano aspettando a braccia aperte.

Il proprietario-padre-padrone dell'Autoline si chiamava Kostas. Era un omone panciuto dedito all'alcol, che mi aveva selezionato in base ad un gonfiatissimo curriculum inviato mesi prima. Non appena arrivato mi nominò nientemeno che marketing director. Devo ancora conservare da qualche parte delle esilaranti e-mail dove mi firmavo davvero Marketing director. Da scompisciarsi.

Alla fine della prima giornata di lavoro mi era stata già promessa una triplicazione del misero stipendio, una postazione di lavoro da dirigente di supremo livello, un PC di ultima generazione con connessione ADSL (che in Grecia peraltro non è ancora arrivata), strapagate trasferte mensili all'estero, mesi di ferie a mio piacimento e un quasi immediato trasferimento in Italia a capo della futura filiale italiana, che avrei dovuto personalmente progettare e lanciare. Mancava solo la poltrona in pelle umana, traguardo che mi ero prefisso di raggiungere a brevissimo termine. Inoltre si parlò di una Ferrari con autista, a cui ebbi il pudore di rinunciare a priori, con molto senso della misura, per sottolineare quanto avessi già a cuore i conti dell'azienda.

Purtroppo, per iniziare, avrei dovuto mostrarmi comprensivo: non erano ancora disponibili scrivanie libere e avrei dovuto sistemarmi su quelle che venivano lasciate vuote dagli altri dipendenti.

Al terzo giorno di lavoro il capo, che nel frattempo era passato all'elegante tenuta estiva - canottiera e pantaloncini - iniziò a rivelarmi i dettagli di alcune scappatelle extraconiugali. Tali mordaci narrazioni venivano accompagnate in genere dall'efficace corroborazione di bicchierini di whiskey .

Dopo la terza settimana, una mattina, rinvenni sopra la scrivania del boss una bottiglia vuota di Ouzo (potente liquore all'anice). Sotto giaceva lui, addormentato su un mucchio di tappetini per auto.

Dopo un mese ero costretto a sorbirmi i suoi resoconti analitici delle prestazioni sessuali con la moglie.

Dopo due iniziò a parlarmi malissimo di chiunque lavorasse all'Autoline, a cominciare dalle figlie e dal fratello fino ai collaboratori più stretti.

Fu in quel periodo che mi affidò apertamente il ruolo di salvatore dei destini dell'azienda. A suo insindacabile avviso solo io, grazie alle mie indiscutibili conoscenze informatiche e di marketing (vi capisco, veniva da ridere anche a me), avrei potuto sbaragliare la concorrenza e lanciare l'azienda in Europa e nel mondo. "IO CREDO IN TE" mi disse. Beato lui, mi dissi io.

Sfortunatamente tutte le proposte che avevo timidamente tentato di avanzare erano state ascoltate con vivissimo interesse e poi accantonate.
In realtà venivo semplicemente sfoggiato con orgoglio davanti ai clienti come "Il giovane e dinamico manager venuto dall'Italia". Non di rado mi venivano attribuiti titoli di studio superiori alla mia laurea. L'Erasmus a Lisbona si era trasformato in un grande master. Il mio ruolo era dare un tocco di sbarazzina e colta internazionalità all'Autoline. Del tipo "Vengono perfino dall'Italia a lavorare per noi”.

Un bel giorno tutto il management (io, lui, la ragioniera e la figlia) si trasferì finalmente dal magazzino male illuminato ai nuovi uffici costruiti al piano superiore.
Così nuovi da non essere ancora terminati: praticamente un cantiere aperto, con tanto di muratori. Si lavorava ad agosto senza aria condizionata ed avremmo lavorato ad ottobre senza riscaldamento. La porta del bagno non venne mai montata, si camminava fra i calcinacci e non furono mai ingaggiati addetti alle pulizie.
A non pulire i bagni per tre mesi, magari alla fine, te ne accorgi che si sporcano secondo me.

A fine agosto arrivò un ragazzo tedesco, Dominik. Anche lui a Salonicco per una traineeship all’Autoline, trovata tramite l'Aiesec.
L’avevo praticamente assunto io, non prima di aver maturato la solida esperienza necessaria per operare una efficace selezione del personale: credo fosse il mio secondo giorno di lavoro.

Lo scelsi senza mai averlo visto, in base al curriculum inviato via e-mail, che pareva curiosamente peggiore del mio.
Dominik aveva scelto la Grecia convinto dalla allettante proposta di lavoro dell'Autoline e da alcune mie e-mail, false come le promesse elettorali di Berlusconi. Mi era stato ordinato di descrivergli l'azienda come una sorta di paradiso in terra, con spreco di termini quali Dinamicità, Lavoro di squadra e Leader del mercato.

In parte ancora oggi mi sento in colpa per aver contribuito a convincerlo.
In parte no, perché per venire a Salonicco Dominik aveva rinunciato ad altre due opportunità di stage, a New York e a Cuba.
Conclusi dunque che si trattava di un fenomenale coglione e che si meritava la Autoline, proprio come me. Facemmo presto amicizia.

Anche l'arrivo di Dominik fu accolto con il consueto misurato entusiasmo da mr Kostas: fu immediatamente catapultato a capo della (ancora inesistente) Autoline Deutsche Division, con il compito di spazzare via i fiacchi concorrenti dal mercato tedesco.

L‘Autoline era un ributtante repertorio di inutilità automobilistiche che avrebbe fornito inesauribile materiale alla rubrica "mai più senza" di Cuore: dalle decorazioni fosforescenti interne che si illuminano a tempo di musica agli osceni cagnolini - esistono ancora! - che muovono la testa. Erano questi uninfelice intuizione commerciale di Olga, la figlia del capo, odioso esempio di donna in carriera. I cani restano ovviamente quasi interamente invenduti.

Dominik , da buon tedesco e preparato studente di economia, non faticò molto ad attirarsi le antipatie di mr Kostas, inimicandosi in primis la figlia. Dominik ed Olga cominciarono ad odiarsi praticamente da subito e questo cambiò molto le cose all'Autoline.

Al quarto mese il tedesco era fatto apertamente oggetto di scherno nell'azienda e veniva continuamente preso in giro in greco, così che non potesse capire. Io, sindacalista e human resources manager di ultima generazione, ne presi le difese. Fu l'inizio della mia rovina professionale. Gli orari di lavoro si allungarono drammaticamente, senza traccia di straordinari pagati, e inclusero presto anche alcuni fine settimana.

Fra le nostre mansioni iniziarono a rientrare anche il settore acquisti (cibo e alcolici per il boss), le pulizie dei nostri uffici, ruoli delicati come la preparazione del caffè per i clienti (customer care?), la sistemazione di prodotti nelle scaffalature (allestimento show room).
Io e Dominik accettavamo di malavoglia e l'insofferenza nei nostri confronti cresceva. Ci soprannominamo "la cricca" o più simpaticamente Mussolini e Hitler.

Argomentammo che nessuno si era curato di fissare per noi degli obiettivi e di indicarci come realizzarli, seppure di ciò avessimo fatto più volte richiesta.
Di conseguenza venni destituito dal sudatissimo ruolo di marketing director e pubblicamente retrocesso a volgare marketing manager.
Non vi sto a dire che incredibile amarezza: non ero più Director, mi sentivo vuoto come la testa di Bossi.

I commenti e le critiche agli "invasori stranieri" si tramutarono velocemente in immotivate sfuriate davanti a tutto il personale, a cadenza pressoché quotidiana. Si arrivò alle più orribili minacce: "Chiameremo i vostri genitori". Mi sembrava di essere tornato alle scuole medie.
Venimmo addirittura accusati addirittura di furto. La tensione era altissima, ma non osavano cacciarci perché avrebbero perso dei soldi.

Facemmo notare ai gentili coglionazzi dell'Aiesec che c'erano sottili differenze fra quanto menzionato nel nostro contratto (marketing management) e le varie attività che ci ritrovavamo svolgere come lavoro, fra cui spostare scatoloni come misura punitiva (ma credo si chiamasse "warehouse management").
I volenterosi ragazzi, secondo lo statuto della loro associazione, erano costretti, fra una macarena e una Fanta, a occuparsi anche dei nostri problemi lavorativi. Si mostrarono sensibili, ci ascoltarono a lungo, ci diedero ragione su tutta la linea. E fissarono un colloquio col nostro datore di lavoro. Gliene avrebbero cantate quattro!

L'incontro avvenne all' Autoline ma io e Dominik non fummo invitati. Si tenne nell'ufficio del capo che aveva pareti trasparenti. Quelli dell'Aiesec se ne stettero zitti con le testoline basse e gli occhietti tristi. Poi se ne andarono senza rivolgerci la parola. In seguito non si fecero trovare per un po'.

Qualche giorno dopo esigemmo di sapere dell'esito del meeting e le soluzioni escogitate per la nostra problematica situazione. Iniziarono a tentennare.
Forse la ragione non era poi tutta dalla nostra parte, dicevano.
Forse, dicemmo noi, se ce ne fossimo andati sputtanandoli per tutta Europa, avrebbero perso le sovvenzioni, senza le quali sarebbe stato impossibile organizzare quegli indimenticabili chinotto-party.
Così tentarono di calmarci e ci riferirono l'ingegnosa soluzione partorita: separare me e Dominik. Proprio come faceva la maestra con i due casinari dell'ultimo banco. Geniale.

Mi cercai un nuovo lavoro che trovai immediatamente. L’ultimo giorno alla Autoline avrei voluto salutare con un "Vaffanculo tu e il tuo negozietto di merda, fottuto bastardo alcolizzato". Ma io sono un galantuomo, e Mr Kostas è un metro e novanta. Usai parole più civili. Appena uscito da lì, mr Kostas si rivolse a Dominik, paterno: "Senza quello sciocco fra i piedi, tu diverrai l'uomo di punta dell'Autoline. Io credo in te”. Dominik annuì. Dopo un mese si sarebbe a sua volta licenziato.

Benty (qui il suo blog)

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