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Dal libro bianco di Milena Debenedetti sulle grandi e moderne aziende italiane.
disprezzata negli anni Sessanta, rivalutata negli Ottanta, scomparsa oggi
si lavora... per niente: gratificazioni zero, solo sacrifici
a far carriera, oltre ai soliti raccomandati, oggi sono pochi zombi che quando tornano a casa devono presentare i documenti alla famiglia per farsi riconoscere. |
Che ne è stato dell'idea di carriera? La domanda sembra oziosa, perché mai come oggi il mito del successo sembra imperversare. Eppure, mai come oggi, la realizzazione pratica di questo mito è lontana lontana, per i più, quasi vista in un cannocchiale al contrario.
E sì che come concetto si è rivelato resistente: nel '68 era stato disprezzato, vilipeso e abbattuto dai piedistalli, e chi timidamente ammetteva di voler fare un minimo di carriera sul lavoro veniva emarginato e additato al pubblico ludibrio, da parte dei giovani capi e ispiratori del movimento, barbe incolte e capelli lunghi, vestiti informi e occhi spiritati, adorati dai seguaci, e mai un giorno di lavoro in tutta la vita.
Ora, mentre i seguaci sono finiti completamente disillusi, o drogati, o terroristi, i capi, di solito, tagliati barba e capelli (qualcuno neanche tanto) e indossato il doppio petto, con un rapido voltafaccia di trecentosessanta gradi hanno fatto un carrierone. Magari mettendo a frutto proprio la loro esperienza di imbonitori.
Il che dovrebbe insegnarci qualcosa, non so bene cosa ma se lo scopro forse faccio carriera anch'io. Non è mai troppo tardi.
Poi c'è stato il riflusso, lo yuppismo, il reaganismo... gli anni '80 erano tutto un fervore di ventiquattr'ore ambulanti, dopobarba fetenti e nuove iniziative, all'insegna del mors tua vita mea, una bella giungla urbana, vivace di tangenti e ardente di operosità. Almeno finché qualcuno di questi splendidi castelli di carte non franava, a seconda dei casi e dei paesi, per un cedimento di borsa o un giudice impiccione.
E poi, il crollo del muro, il liberismo imperante, la famosa globalizzazione... A cosa ci hanno portato, adesso? Apparentemente, siamo sempre lì, al mito del successo, in realtà è tutto completamente diverso, e il mito è ridotto, al più, a calciatori e veline.
Una volta le cose erano abbastanza chiare, c'erano dei percorsi medi più o meno obbligati: in tre anni diventi questo, in dieci quest'altro, poi c'è l'aumento, poi c'è il passaggio... Se uno non rompeva troppo le scatole, nel qual caso veniva penalizzato, o era raccomandato, carogna, ruffiano, nel qual caso poteva bruciare le tappe, gli capitava di rientrare in questi sentieri già definiti. A prova di cretino integrale. E passarsi una intera vita lavorativa magari squallida, senza scossoni, ma rassicurante. Populismo doroteo, insomma. Quello che adesso ci tocca pure di rimpiangere.
Con lo yuppismo si è tentato di vivacizzare il tutto, di tirare il collo alle persone. Sono iniziati i proclami sul valore del lavoro, non più maledizione biblica ma benedizione meneghina. Si è iniziato a far capire agli individui che se volevano far carriera dovevano darsi da fare, mostrarsi disponibili a corsi, straordinari, lunghe trasferte all'estero.
Chi se ne restava a sgobbare sotto il patrio sole italico, magari mandando avanti la baracca, veniva un po' penalizzato, rispetto a chi decideva di abbracciare la religione dei venditori di fumo, ma insomma... c'erano ancora un po' di frattaglie anche per i felini sfigati.
Poi, piano piano, lungamente preannunciata se non orchestrata ad arte, ecco la crisi. Tutto si è fatto più difficile, più tortuoso, i percorsi più lunghi. E non appena la rassegnazione aveva sopito gli animi, subito un altro passettino.
Si è cominciato col dire che bisognava tirare tutti la cinghia, accontentarsi di meno soldi e limitare le spese di lavoro. E sta bene: i sacrifici non erano poi così equamente ripartiti, via gli straordinari, le trasferte, i bonus, gli aumenti programmati, in compenso i dirigenti continuavano ad avere privilegi, viaggi, auto della ditta e mobili nuovi, ma per non sembrare i soliti piagnoni e per amore della cosiddetta pace sociale, si chiudeva un occhio.
Hanno poi fatto capire che niente era da considerarsi dovuto, che nulla era certo. L'esperienza, in campo tecnico, è passata terribilmente di moda, ha visto scendere a zero le quotazioni. E non solo nelle tecnologie a rapida obsolescenza, tipo informatica, ma anche in settori immutati e immutabili da decenni. Molti giovani di mente agile e rampante, possibilmente senza scrupoli, presuntuosi, e ancor più preferibilmente arroganti, sono stati lasciati liberi di agire, mettendo da parte chi svolgeva da anni un certo lavoro, o addirittura, nelle aziende più piratesche, cacciandolo fuori e sostituendolo, senza motivo né spiegazioni. Con le conseguenze che è anche troppo facile immaginare. Poi vi chiedete perché certe ditte vanno male.
Nel valutare una persona, i risultati sono diventati un fattore minimo: unico metro di giudizio, l'idoneità o meno ad una certa posizione. Nessuno può più aspettarsi di prevedere l'evoluzione della sua vita lavorativa: il percorso di carriera non esiste più. Bisogna essere preparati a cambiare spesso attività, a mostrarsi flessibili ed aperti. Il lavoro pratico è scontato, secondario, insignificante: ciò che conta è la gestione del progetto. Si è così inventata la figura del project leader, senza vera autorità, ma che, nelle intenzioni degli artisti, dovrebbe autogasarsi per il suo ruolo. Anche perché si fa chiaramente capire che uno su mille ( un po' come nel gratta e vinci) sarà destinato a salire nell'Olimpo della futura classe manageriale. Il realtà la lotteria è truccata, questo uno su mille di solito è già scelto a priori, ma lasciamo stare.
E' comunque stata una grande idea, un geniale modo di illudere (a costo zero) chi vorrebbe qualche riconoscimento, ed al tempo stesso, per i manager puramente amministrativi, trovare il sistema di scaricarsi quell'unica piccola fastidiosa incombenza che giustificava i loro stipendi e privilegi: prendere decisioni.
Infine, ecco la ciliegina sulla torta, la morale di tutto ciò: la struttura piramidale non esiste più, niente più scala di carriera, siamo tutti uguali, tutti intercambiabili, tutti livellati (schiacciati a terra, direi io, con pochissimi che rimangono in alto, puntini ormai invisibili). Bisogna abituarsi a frequenti cambiamenti di lavoro, di mentalità, e - udite udite - essere disponibili a trasferimenti frequenti. Non, si badi bene, per ottenere posti migliori e avanzamenti, ma in posizioni analoghe a quelle occupate prima, se non peggiori. Trasversali, si dice. Lo scopo, ti dicevano, è solo e soltanto fare nuove esperienze, arricchire il bagaglio culturale e di conoscenze. Evitare la noia sul lavoro.
Non direte che questo non vi basta, che siete ancora insoddisfatti, quando la ditta vi offre così tante opportunità! Ebbene, se lo siete, come si dice, nessuno vi obbliga a restare, anzi c'è giustappunto una ristrutturazione in vista.
E così, mentre mangiavamo una minestra sempre più fredda e amara e guardavamo preoccupati la finestra del settimo piano che ci stavano indicando, senza che ce ne rendessimo conto l'evoluzione si è completata. Addio pace sociale, non serve più. Addio pretesti, indottrinamenti, orpelli. Così è se vi pare. Il concetto di lavoro come valore a se stante, unico valore ammissibile, a prescindere da soldi o carriera, è diventato ASSOLUTO, TOTALITARIO. E guai a chi lo mette in dubbio.
E così, a far carriera, oltre ai soliti raccomandati sempiterni, sono pochi zombi pallidi e sfatti, che quando tornano a casa dopo venti ore devono presentare i documenti alla famiglia per farsi riconoscere. E così, la famosa carota che secondo i detti popolari veniva agitata non più davanti all'asino come incentivo per farlo trottare, ma minacciosamente alle sue spalle, ormai è diventata un'immagine virtuale, una specie di zio Sam gelido e severo che sa solo dire: I want you. Body and soul..
Milena Debenedetti
pennarossa.it ©2003
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