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Come sopravvivere ai corsi aziendali (part two)

28 ottobre 2002
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Quarta puntata della nostra rassegna dell'orrore: vita quotidiana in una grande e moderna azienda italiana.

I corsi aziendali - le esercitazioni

Mentre confezionate goffamente cubetti in cartoncino, o studiate un "caso" aziendale complicatissimo che neanche la signora in giallo riuscirebbe a dipanare, già iniziate a sudare, e preferireste essere dal dentista.
Guardate gli altri del gruppo (queste scelleratezze ve le fanno fare in "team") e pensate che ovviamente vi sono capitati i colleghi più scemi, e hai voglia aspettare che qualcuno dica qualcosa di sensato (e ovviamente ciascuno pensa la stessa cosa degli altri). Tutti a far finta di leggere quei fogli, di solito fotocopie con caratteri sbiaditi da formica. E magari pure in inglese.

Sperate che qualcun altro inizi il dibattito, mentre il consulente ondeggia intorno al tavolo, con le mani dietro la schiena e un sorriso da necrofago, e alla fine, suadente, vi dice che il tempo è scaduto e dovete deliberare. E come stilettata finale, annuncia che l'altro gruppo ha già finito da un pezzo. L'altro gruppo è sempre più bravo: è anche questa una legge di Murphy. Di solito perché c'è uno che bara, ha già fatto l'esercizio in un altro corso e conosce il tranello del gioco.

Gli esercizi sono sempre due o tre, che girano da un corso all'altro, da quello di autostima al problem solving. E sono tutti a trabocchetto, per farvi fare la figura degli allocchi.
Poi ci sono quelli "psicologici". Vi danno un problema, una riunione da organizzare, un ruolo preciso da impersonare. C'è anche la versione telenovela: vi mostrano una videocassetta dove alcuni sconosciuti attori poco convinti doppiati in modo orrendo si agitano a casaccio, impersonando manager patinati in improbabili conflitti di lavoro. E voi poi dovete discuterne, come la vecchia zia che non si perde un biutiful fa con la vicina.
Quando poi vi danno ruoli in conflitto fra loro, per spartirsi un esiguo budget o per una promozione, quando mettono veramente in competizione i gruppi o le persone, lì si vede il bello.

In teoria (dicono) queste cose dovrebbero insegnare a collaborare, a cercare il compromesso. In realtà ben presto anche paciose madri di famiglia o soci del WWF si trasformano tutti in hooligans, in naziskin, in tifosi della curva sud, peggio, in ospiti di un dibattito televisivo. Il vostro collega d'ufficio con cui di solito andate d'amore e d'accordo vi sbraita contro con gli occhi iniettati di sangue, bara e mente da spudorato, e voi siete contenti che lo stronzo dell'ufficio paghe sia capitato in squadra con voi, e gli dia il fatto suo.
Ma non preoccupatevi troppo: di solito a questo punto c'è la pausa caffè, e tutti questi selvaggi Hyde ridiventano di nuovo tranquilli, miti e civili Jeckill in coda per la brioscina. E nessuno si preoccupa o si pone il problema di cosa è successo. Tranne il consulente che sorride sornione, prendendo appunti mentali.

I corsi aziendali - gli argomenti

Ci sarebbero i corsi tecnici: ogni tanto qualche corso utile verrebbe pur fatto, vivaddio, per esempio sull'uso dei computer, dei programmi... insomma, per insegnare veramente qualcosa che serva nella pratica. Ma di solito la presenza di uno o più imbranati idioti informatici totali (generalmente manager over 50 che non hanno mai fatto nulla con le loro proprie manine, o impiegati degli acquisti in cazzeggio prepensionamento) vanifica ogni sforzo, e per esempio nel corso di "Word avanzato" si perde tempo a mostrare dove si trova il pulsante di invio, a dire che non va premuto al termine di ogni riga... cose così.

Questo sarebbe il meno. Al massimo imparate poco, o niente. Ecchessarà mai, in confronto agli abissi di "problem solving" , "leadership", "lavoro di team", o il sinistro "introduzione all'organizzazione", che pare un'iniziazione da setta segreta. Roba da far tremare i polsi.
Il titolo è sempre volutamente misterioso, così state sulle spine. Chiedete qualcosa a quelli che l'hanno già fatto, tanto per sapersi regolare, ma quelli con un sorrisetto stronzo non si pronunciano.
Vi aspettate una noia, un'occasione per figuracce varie, un modo per perdere tempo e ritrovarsi con un sacco di grane lavorative al rientro, e più o meno avete ragione. Solo che c'è anche di peggio. Il lavaggio del cervello, come dicevo. Attuato attraverso un tentativo di rendervi assolutamente schizofrenici.

Molti di questi corsi annunciano e promulgano principi che piacerebbero a Gandhi o a Madre Teresa. Predicano il rispetto dei sentimenti altrui. La collaborazione. La tolleranza. Mai offendere: criticare l'azione non la persona. Accettare il contributo di ciascuno. Apprezzare gli apporti diversi che le diverse personalità possono dare al lavoro. No all'omologazione, all'inquadramento. Sì alla fantasia, alla creatività. Divertirsi sul lavoro. Niente più capi e sottoposti, ma solo lavoro di gruppo e soavi e amorevoli team leader. Eccetera.
A questo punto c'è sempre qualcuno che, dopo essersi guardato intorno a lungo, per essere ben sicuro di non essere finito per sbaglio nel raduno di una setta New Age, osserva timidamente come in azienda questi concetti proprio non si siano mai visti né sentiti nominare, altro che applicarli!

Il consulente sgrana gli occhi, apparentemente incredulo ("Nooo! Siete ancora così arretrati? Come fate a reggere il mercato?"), ma il guizzo di ironica compassione in fondo allo sguardo lo tradisce.
E poi, giù con una nuova esercitazione di gruppo, a sbranarsi che neanche Russell Crowe nel gladiatore.
Di recente il sistema si è fatto più impaziente: basta con questi corsi tutto sommato pacati, dove i concetti vengono subdolamente, lentamente insinuati. Mica ce l'abbiamo tanto tempo: e poi, non è forse il mercato in continua evoluzione? Bisogna essere preparati, sempre all'erta. Allora si è passati a:

- dimostrarti che tutto quello che non ti va è colpa tua
- convincerti che tutte le crisi e disfunzioni peggiori sono grandiose evoluzioni filosofiche.

Esempi: nella disorganizzazione totale, non hai più un ruolo, una funzione, nessuno ti dice cosa fare? Ecchediamine, non sono più i tempi delle strutture piramidali. Per essere più dinamico, il sistema deve essere aperto, flessibile. Certo che non hai un lavoro: te lo devi inventare, giorno dopo giorno, essere creativo, senza aspettare che le direttive arrivino dall'alto. (Così finisce che ci si scanna per il lavoro come un tempo per la carriera, come iene intorno all'osso spolpato).

Non hai aspettative di carriera, non solo, ti propongono un lavoro assolutamente umiliante? Ma ormai l'organizzazione è orizzontale, non ci sono organigrammi a cascata, non ci sono lavori più o meno qualificanti, né ruoli prestabiliti. Flessibilità, cambiamento continuo! Ecco l'unica regola.

L'aberrazione più alienante di cui si parli, peggiore di un horror futuristico, è la "spaghetti house", una specie di Pac-man applicato all'organizzazione aziendale. Un posto senza ruoli, senza compiti fissi, addirittura senza scrivanie, dove ci si incontra a casaccio di fronte alla macchina del caffé, per scambiarsi idee. Probabilmente, dopo mesi di insonnia con tutto quel caffé, qualche idea viene fuori, se non altro nel delirio.
In sintesi, l'azienda suggerisce che bisogna comportarsi come creativi top level, con stipendio e mansioni da operaio.
Il risultato è che alla fine chi viene spedito in mobilità all'ennesima inevitabile ristrutturazione, prova solo una specie di sollievo. Finalmente è arrivata la punizione per le sue colpe: finalmente potrà espiare. Certo, l'azienda ha avuto tutte le ragioni a licenziare un inutile peso morto, che in tanto tempo non ha saputo neanche inventarsi qualche nuovo lavoro.

Milena Debenedetti

pennarossa.it ©2002

la prima puntata: il manager

la seconda: l'orario flessibile

la terza: i corsi aziendali (part one)


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