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Idee per un mondo peggiore: le donne in carriera

Fantozzi al tempo del blazer. Dalle post femministe alle yuppie, l'involuzione della donna in azienda

27 gennaio 2003
. Dal libro bianco di Milena Debenedetti sulla vita nelle grandi e moderne aziende italiane.

Sul numero e sul ruolo delle donne nel mondo del lavoro ci sarebbero da spandere fiumi di inchiostro (o di lacrime, fate un po' voi).
Basta guardare le statistiche: più si sale di livello, più la percentuale femminile diminuisce, fino a rarefarsi nel nulla quando si raggiungono le sfere dirigenziali.

E meno male, dirà il solito maschilista sarcastico, avendo sotto gli occhi certi esempi. E che c'entra: la tara originaria del manager colpisce tutti indistintamente, e le donne, per arrivare in cima, devono dimostrarne quanto meno una dose mostruosa. Da noi abbiamo le imbecilli, negli USA le fanatiche.

Avete mai guardato bene Condoleeza Rice, la cosiddetta "consigliere per la sicurezza" della Casa Bianca, ex manager Chevron? Ammesso di riuscirci, a fissare il suo sguardo. Mamma mia, che paura. Quella sparerebbe un'atomica su un asilo nido. Io mi chiedo perché non mandino direttamente lei all'assalto di Saddam o Bin Laden. Altro che un battaglione di marines.
Il punto è che le donne sono secchione, sgobbone per natura. Hanno preso sul serio quel detto che una donna, per essere considerata la metà di un uomo, deve fare almeno il doppio.

Gli uomini, lavativi per natura e scafati, sanno fiutare al volo il lavoro faticoso e inutile, e girare al largo. Le donne no. Più inquadrate e fanatiche, finiscono spesso per fare il doppio di lavoro sbagliato. Il doppio di danni. Peggiori nemiche di loro stesse, sanno darsi la zappa sui piedi in un modo squisito, che procurerebbe gridolini di entusiasmo nello stesso Masoch. E gli uomini, naturalmente e come sempre nella storia, ne approfittano.

Le pioniere: hei, questa la dà!

Quando negli anni '70 -'80, alcune sparute pioniere si trovavano a fare da avanguardia in settori e aziende fino allora chiusi alle femminucce, arrivavano con un bagaglio di idee femministe post sessantottine, erano in genere motivate, non troppo aggressive o carrieriste, più che altro decise a realizzare ideali di uguaglianza ed emancipazione, rassegnate a trovarsi di fronte tutta una serie di ostacoli e pregiudizi, ma decise (povere idealiste illuse!) a smentirli con i fatti.

L'ambiente che le accoglieva era chiuso e compatto. Si andava dal benevolo: "Che bello, finalmente si vede della ....", al brutale: "Questa ci sta".
Se era bella, la neoassunta era sicuramente l'amante di qualcuno; se era brutta, era senz'altro raccomandata da un pezzo grosso. L'atteggiamento andava dalla galanteria d'altri tempi al peggior nonnismo. Nelle riunioni, si sprecavano le battutacce a doppio senso con ammiccamenti vari. Le più decise stroncavano questa tendenza sparando a loro volta battute da portuali, ma non bastava a frenare l'offensiva.
Qualche anno dopo, grazie a queste oscure esploratrici, le aziende si accorsero che le donne tecniche erano preparate, lavoravano, non erano continuamente in maternità, o in malattia. Anzi: facevano meno assenze degli uomini cacciatori-pescatori-coltivatori-sciatori ecc., e non erano neppure troppo rompiballe. Allora, arrivarono le prime ondate più consistenti di assunzioni femminili.

Le yuppie d'assalto

Queste giovini speranze vennero accolte festosamente, con la lacrimuccia sul ciglio, dalle pioniere aziendali, ormai curve e provate dalla vita lavorativa, ridotte peggio dell'abate Faria, pronte a condividere esperienze e raccontare aneddoti come il vecchietto del far West.
Uno sguardo di superiorità e compatimento fu tutto ciò che ottennero. Lo yuppismo d'assalto aveva spazzato via tutto.

Le poverine si accorsero allora di essere delle visionarie, di essersi immaginato tutto. Se non avevano fatto carriera, se avevano faticato, evidentemente erano loro a non essere all'altezza. Perché questa famosa discriminazione verso la donna NON ESISTEVA. Era una leggenda metropolitana, un'anticaglia dimenticata. O meglio... una scusa per lavative e perdenti.
Fedeli a questo credo, le nostre partivano in quarta, con incrollabile rigidità e fanatismo. Il lavoro era divenuto un valore assoluto DI PER SE'. Bisognava regalare all'azienda ore di straordinario, anche nel fine settimana o notturne (e che cos'è 'sta storia che le donne non possono lavorare di notte?). Bisognava strepitare alle riunioni. Sgobbare il doppio di colleghi uomini.

Sposarsi e fare figli, perché anche la storia del conflitto fra carriera e famiglia, appunto, NON ESISTE, è una sciocchezza. Poi di fare maternità facoltativa non se ne parlava neppure: i suddetti figli finivano sbattuti fra asilo nido/nonni/baby sitter o marito rassegnato e meno in carriera, per venti ore al giorno, ma queste sono quisquilie.
Anche la casa doveva essere perfetta e in ordine. E poi, vacanze da trekking, sport, palestra... La donna è così brava che può fare TUTTO.

L'ondata post femminista ha travolto ogni cosa, ogni diritto faticosamente conquistato, e ora si cominciano a contare i danni, fra le macerie.
Intanto, mentre prima si parlava di divisione più equa dei compiti fra uomini e donne, per quel che riguarda casa e famiglia, ora si parla di nuovo di "doppio ruolo della donna", dandolo per scontato. E tiè, prima fregatura.
Poi, se una lavoratrice di livello quadro vuole prendersi più dei tre mesi obbligatori di maternità, deve mettere già in conto di essere segnata per la vita, di essere in cima alla lista nera per la prossima ristrutturazione. Idem se vuole farsi le ferie o salvarsi qualche ora per sè e la famiglia, evitando di mettere il lavoro al primo posto. I cattivi esempi hanno scavato il solco.

Poi, le nuove che arrivano con contratti di collaborazione o stage (insomma, nessuna garanzia e paga da fame, per questo beccano soprattutto donne) hanno l'aria umile e rassegnata, quasi contentandosi di avere un lavoro qualsiasi, non importa quanto dequalificante o faticoso, si fermano oltre l'orario e sgobbano in silenzio, sperando solo nella riconferma. E questa è ormai diventata la prassi. Ma attenzione: alcune fra loro, selezionate e indurite dalla giungla lavorativa peggio di Rambo, hanno già l'occhietto feroce, pronte a gettarsi sugli animali deboli del branco per divorarli e prenderne il posto. E questa è una caratteristica delle ultime generazioni aziendali, feroci e spietate perché formate da durissime selezioni.

E le yuppine d'assalto, che fine hanno fatto? Be', fra loro sono già state scelte da tempo quelle destinate a salire, perché raccomandate, o così amorfe e allineate da aderire agli standard del perfetto manager. Indipendentemente dalle ore di lavoro o dalle maternità saltate o meno.
Le altre, continuano a sgobbare, imperterrite, senza neppure accorgersi di subire ingiustizie, di essere sfruttate e scavalcate nella carriera, o al contrario, di danneggiare indirettamente altri con il loro esempio. Fino a quando una qualche ristrutturazione non colpirà anche loro. Ma forse, neanche allora avranno dei dubbi.
Di certo, un sano attimo di resipiscenza non è nelle loro corde.

Milena Debenedetti

pennarossa.it ©2003

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