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Fantozzi al tempo del blazer: la qultura del linprenditore

ovvero del perché l'economia va a rotoli (prima puntata)

10 novembre 2003

Qui la seconda parte

. Dal libro bianco di Milena Debenedetti sulle grandi e moderne aziende italiane.

• Per capire dove sta andando l'economia italiana (o meglio "non" sta andando) abbiamo studiato per voi il carattere dell'imprenditore medio. Ecco cosa abbiamo scoperto

Innanzitutto, il vero imprenditore è autenticamente ignorante. E spesso, ostenta una malcelata fierezza per questo, indossa la sua non-conoscenza come un vestito da parata.
Ignoranza qui indica mancanza di cultura, o di semplice vago interesse per la medesima. Spesso l'individuo non ha studiato, ma questo non e una colpa ne una vergogna, anzi: esistono fior di autodidatti, che non hanno potuto andare molto a scuola ma danno ugualmente dei punti a molti laureati, quanto a cultura generale e apertura mentale.
Però non li troverete fra gli imprenditori, in tutt'altre faccende affaccendati. Anche se hanno raggiunto (di solito faticosamente) un diploma, raramente una laurea, difficile che in loro sia rimasto qualcosa di tangibile. È tutto scivolato via.
Diciamo che la cultura eventualmente e una malattia che hanno preso da piccoli, come il morbillo. Ora sono immuni e vaccinati, non li può più contagiare.
Ovvio che questo sotterraneo senso di inferiorità, mascherato da disprezzo, per la cultura e chi la possiede se lo portino dietro, rosicando magari per anni mentre perseguono i loro obiettivi strettamente economici, a volte anche faticando duro, a modo loro. Sì, certamente più dei manager, che stanno al lavoro come la materia all'antimateria.
È ovvio che quando arrivano, finalmente, i soldi, il successo, quando non devono rispondere più a nessuno, anzi, iniziano a essere circondati da individui ossequiosi e adulatori che non li contraddicono mai, ridono delle loro battute e glissano su gaffes e strafalcioni, questo lavorio sotterraneo, queste lontane frustrazioni debbano esplodere, in qualche modo. Magari vogliono improntare la loro azienda al concreto, all'immediato, al tangibile, dimostrare che certe pianificazioni sono stupidaggini filosofiche che non servono a niente. Rifiutano istintivamente il concetto di innovazione, di ammodernamento, di razionalizzazione. Si circondano di collaboratori rozzi e spicci, affidano ruoli chiave a personaggi con l'imprinting di un caporale di caserma. Poche ciance, tutto quello che serve e far andare avanti le macchine e far rigare dritto il personale.
Sono orripilati di fronte a certe norme in materia di qualità, sicurezza, ambiente. Le vedono come vincoli inutili, anzi, nocivi, imposti da pericolosi legulei che, proprio in quanto gente che ha studiato, nulla sanno del mondo reale, solo non vedono l'ora di mettere i bastoni fra le ruote e far perdere tempo alla gente onesta che lavora.
Se proprio proprio sono obbligati, perche richiesto da certi clienti o dai mercati esteri o per fronteggiare la concorrenza, a impegni come l'ottenimento di certificazioni, lo faranno del tutto controvoglia, mireranno a una cosa di facciata, non offriranno minimamente collaborazione e rifiuteranno assolutamente di capire alcunche, per principio, con l'assoluto pregiudizio che certe cose sono fastidiose, inutili, una sovrapposizione e mai e poi mai uno strumento di lavoro e di organizzazione.
Poveri i consulenti, poveri soprattutto i dipendenti che si vedranno affibbiare l'incarico della certificazione. Da una parte, si ritroveranno a fare cose impossibili, arrampicandosi sugli specchi, e venendo rimproverati perche sottraggono tempo ed energie al "vero" lavoro. Dall'altra, saranno pubblicamente bastonati e infamati e additati a capro espiatorio se non ci riescono.
Il "rifiuto della conoscenza" da parte dell'imprenditore e totale, assoluto, non fa parzialità fra cultura umanistica e scientifica. e questa seconda parte e la più pericolosa: pazienza pensare che l'illuminismo sia una fabbrica di lampadari, ma essere diffidenti e ostili a tutto ciò che è tecnologia produce danni ben più gravi, e a lungo termine.
Ci sono fabbriche con centinaia di dipendenti dove i dirigenti sono a malapena diplomati, e non si vede un laureato, nè in materie economiche nè scientifiche. Neanche in lettere. O magari, per trovarne uno dobbiamo andare fra i turnisti assunti con contratto a termine.
Questa è una scelta: tutto quanto è innovazione e ricerca viene rifiutato in blocco, non serve nell'immediato e quindi e un costo inutile. E poi viene visto dall'imprenditore con estrema ostilità e diffidenza, per i motivi che sappiamo.
A volte, però, accade il contrario: il senso di rivalsa prende altre strade, e anziche "vendicarsi" delle presunte umiliazioni subito in passato per la propria ignoranza, anziche rifiutare la cultura in blocco, si pensa di assoggettarla, di trasformarla in lussuoso gadget da ostentare, proprio come le amanti e le auto di lusso. Raramente, sempre più raramente, ormai, questo prende la strada del mecenatismo: di solito gli imprenditori sembrano più interessati alle squadre di calcio, che ai concerti o alle mostre.
Qualche volta invece questo atteggiamento e rivolto all'azienda: allora ci si convince a darsi una patina di tecnologia, si assumono laureati a casaccio dando loro titoli prestigiosi, senza sapere assolutamente come organizzarli o cosa far loro fare, visto che tutto intorno l'azienda rimane la stessa, praticamente immutata, e senza che ci sia alcuna intenzione di cambiare realmente le cose. Anche perche di solito, al di là della facciata, la diffidenza, l'ostilità e il rancore dell'imprenditore e dei suoi più stretti collaboratori restano immutati, e rimane sempre il desiderio di rivalsa verso chi ha studiato.
Cos'e peggio? Assumere i laureati solo come stagisti e turnisti, o assumerli per pura facciata, per prestigio, senza autorità ne ruolo, umiliandoli e affibbiando poi a loro, inevitabilmente, le colpe dell'insuccesso? (Che spesso si porteranno dietro per parecchio tempo, se non per tutta la vita lavorativa, bruciati in partenza?)
Non saprei dire. So solo che e questo, più o meno, lo stato attuale della ricerca, della tecnologia, dell'innovazione nelle aziende medie italiane. E non credete a chi vi dice il contrario.

Milena Debenedetti

pennarossa.it ©2003

Qui la seconda parte

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