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Dal libro bianco di Milena Debenedetti sulle grandi e moderne aziende italiane.
Del perché il manager, in fondo, è solo un povero pirla
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Se il Machiavelli rivivesse oggi, probabilmente diventerebbe un consulente aziendale. A meno di non guardarsi intorno perplesso, e chiedere di ritornare subito al Rinascimento. Certo, eran tempi sanguigni quelli, ma più chiari e onesti, suvvia. Anche quando un sicario ti colpiva alle spalle, aveva più dignità professionale di un qualsiasi parlamentare medio attuale.
Comunque, oggetto delle attenzioni del nostro Machiavelli consulente sarebbe stato senz'altro lui, la figura chiave della nostra epoca: il manager. Infatti ultimamente vanno di moda roboanti opuscoli, forniti e pubblicizzati dalle società di consulenza, e che dovrebbero spiegare a questi grandi gestori come agire, ispirandosi a personaggi simbolo di successo, con titoli come: "il principe" (Machiavelli, no?) oppure "il grande condottiero". (ndr: esistono entrambi, non me li sono inventati).
Il manager signore e padrone di popoli ed eserciti? Cravatta e ventiquattr'ore al posto di usbergo e cimiero? Un uomo solo, della solitudine che dà il potere, il profilo grifagno e pensoso nella penombra del suo ufficio in cima al grattacielo, assiso come su un trono, di fronte all'ampia e lucida scrivania di tek? Che dardeggia con sguardi gelidi i sottoposti tremanti ammessi al suo augusto cospetto?
Be', questo solo nei sogni del manager medio. Se non si nutrisse di visioni e improbabili miraggi di potere, questa figura di mezza tacca che in genere, diciamocelo, fa una vita abbastanza schifosa, di cos'altro potrebbe pascersi?
Non produce niente, non ha gratificazioni concrete dal suo lavoro. Si limita a passar carte o a blaterare in riunioni. Non ha amici. Se ha vita sociale, di solito questa ha finalità utilitaristiche, tipo frequentare gente che gli può essere utile per la carriera e il prestigio (anche se da noi questo è meno esasperato che negli Usa). Al massimo viene trascinato dai familiari in occasioni conviviali o culturali di cui non capisce un granchè e che assolutamente neanche gli interessano, dov'è tenuto solo a fare passerella di se stesso. Di dare confidenza a chi è un gradino più sotto non se ne parla proprio e fra i manager rapporti cordiali da colleghi non esistono, se non del tutto superficiali e di circostanza. Se anche crede di averli, questi rapporti, se qualche suo pari o qualche capo gli ha manifestato apparente simpatia, aspettate solo che si ritrovi in pensione o in disgrazia e tutta questa amicizia si dissolverà in fumo.
Per quanto possa essere ben pagato, c'è sempre qualcuno meglio pagato di lui. Per quanto possa avere, o credere di avere, potere, c'è sempre qualcuno che gli dà ordini e che può fargli lo stesso genere di dispetti e prevaricazioni che lui infligge ai sottoposti. In ogni modo, è sempre un dipendente, un "caporale" , sia pure di alto livello, e se facciamo un bilancio soldi/qualità della vita, c'è senz'altro qualcuno, fra quelli che escono alle cinque fischiettando, che sta molto meglio.
Forse quest'ultimo è meno sicuro del suo posto di lavoro? Mica detto: a meno che non ci si trovi in una di quelle piccole aziende mafiose e padronali stile cane non mangia cane, in caso di ristrutturazioni, specie se imposte dall'esterno da nuovi acquirenti, i manager sono i primi a saltare, e non è detto che trovino tanto facilmente un altro lavoro. Tutto ciò che sono e che fanno non è che aria fritta, dal lavoro, al ruolo, alla presunta delega decisionale. Un'immagine senza consistenza, una apparenza senza sostanza.
E allora, dicevo, se non si nutrissero di illusioni, di una idea di prestigio e potere alquanto discutibile, se non si autoconvincessero di essere oggetto di ammirazione e invidia universale, cos'altro potrebbe sostenerli e spingerli a fare quello che fanno?
Dunque, ecco che i consulenti li adulano, li blandiscono, offrono loro immagini e simboli in cui identificarsi. Un po' la stessa funzione che hanno i romanzi rosa o le soap opera per le casalinghe frustrate.
Peccato che ci sia una bella differenza fra il dirigente di mezza tacca (la specie più diffusa) e i veri, autentici finanzieri, capitani di industria, padroni di imperi economici, politici, commerciali. I veri potenti e padroni del mondo, ahinoi. Ben diversi, nel bene e nel male, da questa massa sterminata di lacchè, di yesmen e imitatori di periferia, di anonimi ingranaggi del sistema. Qualcuno dovrebbe farli riflettere, invece. Svegliarli, far capire che mica tutti gli invidiano la megascrivania o la poltrona in pelle umana. C'è chi addirittura li compatisce, pensate un po'. Sarebbe uno shock, metterli davanti allo specchio, al loro vero ritratto di Dorian Gray. Però salutare. Per loro, e forse anche per questo nostro povero pianeta.
Milena Debenedetti
pennarossa.it ©2003
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