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Come fa un'azienda a risparmiare quattrocento mila euro l'anno? Facile: chiama un super manager che studierà il sistema (di solito: licenziando) in cambio di un contratto da quattrocento mila euro l'anno.
Milena Debenedetti, forte della sua esperienza in una grande azienda piena di manager, ha scritto un libro sul mondo che essi hanno modellato per noi umani.
Ecco il capitolo dedicato alla loro virile figura.
Forse non è una nuova tappa nell'evoluzione della razza umana. Ma è certamente una figura chiave, vero e proprio simbolo della nostra epoca, in grado di influenzare ogni grande decisione, politica ed economica, che peserà sul futuro del pianeta.
Manager: già questa parola anglosassone, veloce nella pronuncia ma pomposa al tempo stesso, è altamente simbolica. Non si dice più: capo, padrone, gestore, direttore, capoufficio, caporeparto, responsabile, dirigente... Sempre e solo manager.
E questa voce si trasforma anche in un ottimo suffisso, applicabile in tutte le situazioni e a tutte le diciture, preferibilmente inglesi. Magazziniere? Macché! Warehouse manager. Casalinga? House manager. Bidello? School management assistant. E così via.
Lo trovi dappertutto e in tutte le salse, come rimedio a tutti i mali e a tutte le disfunzioni, vero e proprio santone che, imponendo le mani, sana bilanci, taglia i costi, riduce gli sprechi, restaura l'efficienza.
Si comincia solo ora a esercitare un minimo di senso critico e di ironia su cotale maestosa figura; e ce n'è bisogno, anche perché il vero manager, di solito, brilla per la sua pressoché completa assenza di autocritica. Mi aspetto anzi che in un prossimo futuro si ritroverà in tutte le barzellette, al posto dei carabinieri.
E poi mancanza totale di ironia, senso dell'umorismo, fantasia. Anche in questo caso, come già per i gemelli monozigoti, la scienza potrebbe dibattere a lungo, se in loro prevalga l'indole genetica, o l'adattamento all'ambiente. Un minimo di predisposizione al ruolo ci deve pur essere, ma anche l'influsso dell'ambiente ha la sua importanza. Soprattutto, l'influsso della posizione nell'organigramma. Ci sono sì persone che, a due giorni dal loro ingresso in azienda, emanano già una certa aura manageriale, aggirandosi per i corridoi con aria autorevole e sicura (specie se sono raccomandati, come si dice,con la stellina in fronte).
Ve ne sono però altre che si trasformano, con il trascorrere degli anni e con il crescere delle posizioni. Cambiano sguardo, abbigliamento, postura, modo di rivolgersi all'interlocutore. Portano la ventiquattr'ore come se fosse un'appendice del braccio. E se anche in origine erano diversi, capaci di rilassarsi e scherzare, si trasformano, assumendo quell'atteggiamento attento ed un po' teso, gambe accavallate e calzino perlato in vista, sguardo pensoso, tendini del collo protesi nello sforzo di fissare la lavagna luminosa (anche se ci vedono benissimo) che distingue il vero manager nel suo ambiente naturale, la riunione di management.
Già, perché al di fuori di questo suo habitat il manager ha un che di spaesato. Riesce ancora a controllarsi se sta leggendo posta in ufficio, correndo in aeroporto, partecipando ad una cena ufficiale o dando disposizioni alla segretaria. Ma il resto del mondo, per lui (famiglia compresa, se ne ha una) è sempre un po' estraneo, alieno. A volte lo vede come un'entità informe, un grigiore spento. Se ne disinteressa, lo ignora. Altre volte ne è vagamente inquietato, quasi ne provasse un po' di timore. Tutto quello che non è sintetizzato in pochi punti asteriscati o in un bel grafico colorato, su un lucido in proiezione, è per lui incomprensibile, quindi inutile e privo d'interesse.
Avete mai letto gli inserti culturali dei giornali economici? Tendono a semplificare peggio del Reader's Digest. Assimilare, frettolosamente e male, una gran mole di sparsi dati superficiali, per potersi fare una opinione personale, imperfetta e faziosa, da portare avanti ad ogni costo, contro tutti gli altri: ecco la missione del manager.
Durante una presentazione, pisolano, mentre si illustrano i dati tecnici. Di tanto in tanto fanno qualche domanda a caso, per educazione, tentando peraltro di mettere in difficoltà chi parla (il vero manager deve sempre e comunque fare le pulci). Ma quando arriva il momento dei costi, e qualcuno proietta fogli di cifre fittissime, eccoli d'improvviso rianimarsi. Il manager coltiva gelosamente i dati e le cifre. Li diffonde solo fra pochi eletti. Essi sono il suo potere, la base del suo predominio: senza di essi, sarebbe svuotato ed inutile. Non vi è altro, per lui. Non parliamo poi di valori umani o morali: non esistono. Non è che si tratti di solito di individui crudeli, dispotici, senza cuore: è solo che il loro lato destro del cervello o è atrofizzato, o non comunica.
Altro loro caposaldo è un'assoluta, parziale superficialità, ed una vasta ignoranza, che può essere innata, o di ritorno. Per questo fra i tecnici i più adatti al ruolo sono sicuramente gli ingegneri, già predisposti per mentalità. Sulla scrivania si ammucchiano dati e cartacce di ogni tipo, impossibile leggerli, per un umano normale, ma che dico, neanche Superman riuscirebbe a memorizzare tutto.
La gestione di prodotti e programmi è affidata spesso all'improvvisazione, al pregiudizio, all'intuito presunto (magari ci fosse!). Le decisioni vengono prese arbitrariamente, o, più spesso, non vengono prese affatto.
E' incredibile quanto un'azienda possa tirare avanti, apparentemente anche tranquillamente, senza che nessuno decida mai niente. (O almeno, sarebbe incredibile, se non avessimo come esempio la politica italiana.) Tutto sarebbe ancora rimediabile, se almeno il manager si circondasse di collaboratori validi, ma...
Eh, sì, a questo punto, c'è un grosso ma, e caschiamo su un'altra delle doti fondamentali, direi addirittura una delle caratteristiche predominanti, del manager medio. Oltre alla tendenza ad accentrare tutto, responsabilità e incarichi che non riuscirà mai a seguire, mollando solo le rogne ingestibili, egli possiede di solito una squisita, peculiare, innata e sorprendente incapacità di giudicare gli altri. Aggravata, oltretutto, dalla presunzione di essere un fine psicologo e conoscitore dell'animo umano.
E invece, né il dottor Freud né i suoi seguaci hanno mai avuto alcunché in comune con lui, rimasto fermo a tempi antecedenti persino al Lombroso. Il suo metro di valutazione più comune è un arrogante pregiudizio. Innanzitutto, le persone si valutano dall'apparenza, e dal vestiario. Chi porta bene giacca e cravatta, ha i capelli corti, il viso quadrato, (se donne, il classico tailleurino e mocassino con tacchetto, capelli a caschetto, poco trucco e profumo muffo) possiede già buone speranze di essere favorevolmente giudicato. Poco importa quando questa apparenza nasconde il più assoluto vuoto.
Occorre poi mostrarsi il più possibile conformisti e allineati, sobri, non rivelare mai pensieri od opinioni troppo decisi, non entusiasmarsi. Rigorosamente da evitare le manifestazioni di carattere, di originalità di pensiero, men che mai di sana allegria. Nessuna sana diversità è ammessa, solo un bel grigiore uniforme, appiattito verso il basso.
Probabilmente, gioca un ruolo importante anche l'invidia. Non solo il manager è infastidito da persone diverse da lui, ma inconsciamente percepisce che esse hanno la capacità, almeno potenziale, di vivere la vita meglio di lui, di essere più felici. E questo non lo può tollerare.
Dunque, al momento di scegliere collaboratori e potenziali successori, elementi da far crescere nella carriera, il manager continuerà a basarsi sui propri personali criteri. Spesso sceglierà inevitabilmente persone simili a sé, con le quali ha un certo "feeling, che avranno sempre e comunque in comune le solite caratteristiche: conformismo, ossequio incondizionato e acritico ai dettami dell'azienda, spiccato senso della gerarchia, scarsa ironia e autocritica. Ed ecco dunque come la classe manageriale media si autoriproduce, in una specie di clonazione, producendo una interminabile teoria di individui grigi, piatti, asettici. Probabilmente, poiché a nessuno piace avere accanto collaboratori pericolosi o troppo bravi, in grado di farti le scarpe, la nuova generazione sarà scelta sempre leggermente peggiore di quella che l'ha preceduta, più piatta, più ossequiosa, più spenta.
Davvero lideale per questo bel mondo esasperato, competitivo, difficile e incerto, senza più isole a cui aggrapparsi, né certezze, continuamente in movimento e in mutamento. Ma questo ci tocca.
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