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Contenuti: scuola 30% squola 20% squallor 50%
La crisi delluniversità italiana ha molti padri ma sopratutto figli. Tra i padri ci sono la pochezza di investimenti, lindifferenza di chi dovrebbe occuparsene, il meccanismo dei concorsi per i professori che non premia i migliori, limmobilismo interno (tutte le cariche sono elettive, quindi è impossibile prendere decisioni radicali o anche solo impopolari), e via così (per cominciare ad approfondire, cè questo pezzo sulla Stampa dei giorni scorsi).
I figli della crisi sono i 7 studenti su 10 che non riescono a laurearsi. Il problema, diploma a parte, è che 7 persone su 10 non riescono ad appassionarsi a quello che fanno: capire, conoscere, approfondire.
Al governo, che per tutta risposta si preoccupa di creare una commissione di controllo sui i libri di testo scritti con la mano sinistra, suggeriamo una strada alternativa: una commissione di controllo sui libri scritti con i piedi. Scopriremmo che nove libri su dieci - dai sussidiari delle elementari ai tomi universitari - sono illeggibili e fanno scappare gli studenti più della Moratti. Inutilmente complicati, pieni di paroloni, di incisi inutili e frasi aggrovigliate, trasformano un piacere in una fatica tremenda.
Prendiamo un libro qualsiasi con cui si viene accolti alluniversità. Non è un libro scritto da un grande matematico, che potrebbe permettersi di dominare i numeri e un po meno i congiuntivi. Questo è scritto per le facoltà di comunicazione, da chi alla comunicazione (arte di farsi capire) dovrebbe dedicare tutto se stesso.
Si chiama Indigeni si diventa: locale e globale nella serialità televisiva. Lautrice è Milly Buonanno, professore associato di Sociologia della Comunicazione nellUniversità di Firenze, presentata in seconda di copertina come autrice di numerosi volumi e saggi.
Il libro comincia così:
Capitolo 1
Il paradigma della indigenizzazione
La televisione tra offerta globale e consumi locali
1. Paradigmi allo scoperto
In un libro dedicato alla serialità, occorre probabilmente giustificare la presenza di un capitolo preliminare che affronta la questione - a prima vista tangenziale se non divagatoria rispetto al focus dichiarato - dei flussi internazionali e dei rapporti tra globale e locale in materia di offerta e di consumi televisivi.
E prosegue così.
La spiegazione risiede nel fatto che, in Italia, la discussione sulla serialità si è storicamente iscritta e permane situata dentro il terreno polemico del dibattito politico-intellettuale sullinvadenza e sullimpatto culturale del prodotto americano: la cui alterità ed estraneità rispetto a noi, rispetto alla cultura e alla tradizione anche narrativa e creativa nazionale, è individuata non soltanto nei contenuti valori e ways of life veicolati da tale prodotto, ma nelle sue stesse formule produttive narrative industrializzate e standardizzate, in una parola nella sua serialità. Questultima è divenuta lepitome, e lepiteto, della fiction americana, e funziona nelluso corrente da categoria non tanto descrittiva quanto valutativa e opposizionale, dove trova condensazione un coerente insieme di percezioni, giudizi e posizioni: la presunta dicotomia tra quantità e qualità, il rapporto di proporzionalità inversa istituito tra serialità e creatività... (avanti così per 160 pagine)
Se siete arrivati fino a qua siete bravi. Se avete capito qualcosa siete molto intelligenti. Se avete capito tutto, giù la maschera: siete Milly Buonanno. Se non avete capito niente, qua la mano. Noi abbiamo capito perché studiare ci faceva quasi sempre schifo.
Niente di personale contro la signora Milly: è in ottima compagnia. Ma se chi scrive per la scuola si ponesse lobiettivo di essere chiaro, trasparente e godibile - e non di essere considerato un genio - saremmo persone migliori.
pennarossa.it ©2003
(Un lettore di pennarossa, Diego, ci invia la sua soluzione al problema: ha creato un sito di appunti in chiave marxista per tutti gli studenti e gli appassionati di filosofia. Provare per credere.)
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