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Dal libro bianchi di Milena Debendetti sulla vita nelle grandi e moderne aziende italiane.
Quando si vuole nascondere qualcosa di imbarazzante o scottante, ci sono due strade: o soffocare, censurare, ignorare ogni notizia in proposito, o al contrario parlarne moltissimo, in continuazione e possibilmente a vanvera, se non con malafede bella e buona. Il risultato, provare per credere, è esattamente lo stesso: impedire la conoscenza della verità. Ultimamente va di moda e risulta più efficace il secondo, usato dai grandi mezzi d'informazione per tutto ciò che è proprio impossibile ignorare, come i cambiamenti climatici, il movimento no global, e perché no, il mobbing.
Intanto, già teniamo il termine inglese (sarebbe, letteralmente, l'attacco di un gruppo di animali a un altro animale della stessa specie) che fa tendenza e non fa capire niente. Altrimenti la vera definizione italiana è: "violenza (psicologica) sul luogo di lavoro". E pare brutto, no?
Poi facciamo una bella confusione, mettiamoci dentro le molestie sessuali in genere, la violenza in famiglia, le bande di teppistelli che rubano merende... e già il quadro si fa più confuso, e si perde di vista il bersaglio.
Poi, scritturiamo alcune firme conosciute, che con la scusa di inquadrare il fenomeno scrivano articoli di volta in volta spiritosi, dissacratori, sdrammatizzanti... o semplicemente sarcastici.
Tipo Barbara Palombelli che su Repubblica suggeriva "resistete e vendicatevi": come dire, il far west aziendale.
Peggio ancora Francesco Merlo su Sette del Corriere, in un articolo del 26 novembre '98 dal significativo titolo: "il mal d'ufficio, ultima trovata della filosofia buonista". Qui eravamo a Prezzolini, alla "guerra, sola igiene del mondo". Insomma, il succo era che colleghi invidiosi e capi stronzi ci sono sempre stati, una volta ci si difendeva, adesso siamo tutti mollaccioni, e strilliamo come femminucce. Che esagerazione, quante storie.
A questo punto il polverone è completo. Quando sente la parola "mobbing" lo spettatore/lettore medio sbadiglia. Dopo un po' non se ne parla neppure più, non fanno notizia neppure i casi estremi, clamorosi. E si perde l'unica semplice verità: che il mondo del lavoro sta diventando sempre più un inferno in terra, una giungla senza regole sociali e umane, neppure quelle primitive, arretrate e ingiuste di un secolo fa: leggi e garanzie conquistate a caro prezzo sono sempre più intaccate, aggirate o disattese, e regnano la mancanza di logica e programmazione, la riduzione costi, lo stress continuato.
In una gabbia stretta, in condizioni di disagio e privazione, anche i topi si mordono fra loro, a casaccio. È provato. E questa è la prima causa del fenomeno mobbing (fra colleghi) o bossing (da parte di un superiore). Vale per molti paesi, ma in Italia si fa di più, si va oltre: da noi, ormai, il mobbing è una vera propria tecnica istituzionalizzata di riduzione del personale, da parte dell'azienda stessa. Altro che "scoraggiare e combattere" il fenomeno, come vorrebbero le nascenti legislazioni europee sponsorizzate da qualche mammoletta scandinava! Noi abbiamo colto la palla al balzo, invece, alla faccia di chi critica l'inefficienza italica.
Nuove professioni:
i mobbing manager
Nella via italiana al mobbing ci sono varie sfumature. Incoraggiare capi e colleghi che isolano e perseguitano qualcuno solo perché più vulnerabile, più bravo o "scomodo" aiuta a mantenere il clima in tensione, a incentivare sospetti, aggressività, diffidenza, malintesa competizione. Poi magari quel "qualcuno" se ne va, ed è già uno in meno, e un esempio per tutti. E' la quintessenza del mobbing classico, ma qui si va ben oltre. Dopo aver creato questo bel substrato di insicurezza, di terrore sotterraneo e indefinito, lo si alimenta con tecniche ad hoc. Esistono addirittura consulenti, esperti in ristrutturazioni, che con la scusa di tenere corsi di formazione sondano il terreno e suggeriscono le strategie più adatte.
Intanto, la facciata deve essere la più corretta e ineccepibile possibile. Cortesia innanzitutto. Cominciate a diffidare quando scarseggiano i capi urlatori modello sergente da caserma, e arrivano i manager bellocci e inespressivi, modello "muro di gomma". Non ci saranno mai minacce, dispetti evidenti, provocazioni, qualcosa insomma che possa essere usato come prova concreta. Apparentemente, tutto dovrà sembrare il più corretto possibile, i rapporti formali saranno improntati a gentilezza e democrazia, per mascherare assenza totale di disponibilità e rispetto per l'individuo.
E poi si parte con le strategie, ad esempio:
cambiare la disposizione degli uffici, senza motivo apparente, ammassando persone estranee per creare il massimo disagio possibile
dare incarichi a casaccio, affidando le responsabilità senza badare a merito o esperienza
caricare alcuni di lavoro fino a scoppiare, ignorare del tutto altri, facendo finta di non vedere che guardano il soffitto, comportarsi come se non esistessero. Ben presto, gli stessi colleghi li ignoreranno
attribuire la mancanza di programmazione e ruoli a una richiesta di maggiore imprenditorialità da parte dell'individuo, a una responsabilizzazione, come se ciascuno dovesse cercarsi lavori inesistenti, e se non ci riesce, è solo colpa sua.
Dulcis in fundo, particolare importantissimo:
azzerare la comunicazione e la circolazione di informazioni utili in azienda.
A questo punto la persecuzione non è più individuale, non è più motivata, e chiunque può ritrovarsi mobbizzatore o mobbizzato, a seconda delle circostanze. E' questo il bello, l'apparente casualità del fenomeno, che lo rende impalpabile, ma non impedisce certo a chi ne è colpito di sentirsi ugualmente frustrato, umiliato, colpevole e distrutto psicologicamente.
Con questi metodi si riescono a dismettere o ristrutturare interi settori, senza troppo clamore: si facilitano i prepensionamenti, le dimissioni volontarie, e chi resta sarà molto più malleabile e propenso ad accettare qualsiasi cosa. Ogni settore ha i suoi metodi preferiti, le sue "mode". Nelle banche e nei supermercati, per esempio, si sta facendo strada la tecnica dei trasferimenti continui, per snervare le persone, sradicarle dall'ambiente, soprattutto se di livello piuttosto alto, e soprattutto se donne, che magari hanno anche problemi familiari.
Per ispirarsi, si ricorre ad alti modelli letterari. Non può non aver pensato a Kafka, chi all'Ilva di Taranto ha ammassato un gruppo di impiegati senza più collocazione, e riottosi a dimettersi, in una palazzina fatiscente, senza mobili, senza telefono. Costretti a rimanere lì tutti i giorni, senza fare niente, fino a impazzire.
Ma si può fare di meglio: in futuro, mi aspetto che l'ispirazione migliori, si diversifichi, con un po' più di fantasia. C'è Orwell, c'è Burgess, senza stare a scomodare De Sade... ecchediamine, leggiamo un po' di più, signori manager.
Milena Debenedetti
pennarossa.it ©2003
Dall'inedito libro bianco di Milena Debenedetti abbiamo già pubblicato:
il manager
l'orario flessibile
i corsi aziendali (parte prima)
i corsi aziendali (parte seconda)
con il peluche sullo stomaco
fresconi di laurea (parte prima)
fresconi di laurea (parte seconda)
fresconi di laurea (parte terza)
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