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Idee per un mondo peggiore: Do you know outsorcing?

Fantozzi al tempo del blazer. Quanto è in metterci out

5 febbraio 2003
. Dal libro bianco di Milena Debendetti sulla vita nelle grandi e moderne aziende italiane.

L'inglese usato nel mondo del lavoro è una minaccia nascosta, la lingua segreta e iniziatica di una setta di stregoni malvagi. Le parole pronunciate pomposamente da manager e affini non hanno mai il significato che trovi sul vocabolario, anzi: bisognerebbe compilare un dizionario apposta.
Prendiamo il prefisso out: qualsiasi parola inizi con quelle tre lettere è potenzialmente molto, molto pericolosa. Occorre diffidare, e stare in allarme. Un esempio a caso: oustanding vuol dire rilevante, fuori del comune. Ma se sentite i manager gongolanti parlare di outstanding performance a proposito di bilancio aziendale o di rialzi azionari, state pur tranquilli che hanno appena ristrutturato alla grande, silurando un po' di gente, e stanno contando il bottino.

E poi, insomma... out in fondo vuol dire fuori, evoca immagini di professori minacciosi con il dito puntato, a espellere dalla classe, porte sbattute in faccia... Ma se non bastasse la prima impressione, ecco due famigerate parole inizianti in out, che solo a pronunciarle dovrebbero far tremare i polsi anche ai più coraggiosi.

Outsourcing: significa "procurarsi fuori"
ed è la nuova filosofia, la scoperta del secolo. Una volta la missione di un'industria era fabbricare qualcosa e venderlo, ora non più: solo trarre soldi da un prodotto o da un'attività, tutto il resto è secondario. Tutto si può comprare fuori, a basso prezzo, prodotti, servizi, funzioni, organizzazione, la stessa rete di vendita... Tutto.
Dell'azienda non rimane che un guscio vuoto con alcuni manager dagli stipendi stratosferici che proiettano lucidi deliranti. Si comincia con i prodotti, ed è aritmetica banale: materie prime più costi di impianti pià costi di personale: mi costa quindici al pezzo.
Ma perché non comprarlo da un mio concorrente, che me lo mette a dodici? Ci piazzo su il mio marchio, e ci guadagno di più. E via, smantelliamo, riduciamo, tagliamo. Ovviamente il concorrente mi vende il suo prodotto più scadente, me lo consegna quando gli pare, interrompe la fornitura... Spendo circa venti di assistenza tecnica, e perdo metà clientela. Ma queste devono essere voci che finiscono su un altro lucido, quindi non hanno importanza.

E passiamo alle varie funzioni aziendali.
L'ufficio paghe, le vendite, la distribuzione, l'ufficio acquisti... Ognuno ha un costo. Ma smantellando, e dando in appalto il servizio all'esterno, si spende meno. E i criteri che il fornitore esterno usa per tenere i costi più bassi? Sono affari suoi: personale precario, sottopagato, ridotto all'osso, sfruttato, dequalificato... non mi riguarda, e la mia facciata di azienda modello rimane intonsa. Ci sarà anche un certo consistente peggioramento del servizio, ma neanche questo mi riguarda. Tanto, in genere il contraccolpo economico di queste dissennatezze arriva dopo un bel po', e a rimanere con il cerino in mano sono altri malcapitati, dopo che il management precedente si è ben rimpinguato le tasche ed è trasmigrato altrove, preceduto dalla fama di sagace risanatore di conti.

Nel piccolo, almeno, non funziona così: so di panettieri che si erano stufati di alzarsi a notte fonda per fare il pane, e avevano deciso di comprarlo da fuori e rivenderlo. Meno faticoso. Peccato che nel giro di due mesi abbiano dovuto chiudere il negozio.

Se non siete ancora abbastanza atterriti, ecco il tremendo

- outplacement -

Outplacement: sarebbe "sistemare fuori"
e non si riferisce ai nanetti da giardino. Le agenzie di outplacement dovrebbero aiutare i quadri in esubero a trovare un nuovo posto adeguato, con il contributo e il beneplacito dell'azienda precedente. Può darsi che in altri paesi funzioni davvero così: da noi è l'ennesimo sistema per cavar sangue da rape anemiche, proprio come le famigerate agenzie di lavoro interinale.

La rapa... ops, volevo dire, il dipendente, è di solito un laureato o diplomato, con qualche anno di anzianità aziendale ed esperienza. Solo, o facente parte di piccoli gruppi (piccoli, per non dar nell'occhio ed evitare clamori, coalizioni o grane sindacali) da far fuori poco per volta, alla spicciolata.
Isolati, e frollati al punto giusto dal mobbing, o dalla minaccia di incarichi umilianti (del tipo: per lei al momento ci sarebbe solo un posto da fattorino aggiunto, lo facciamo per il suo bene, non vogliamo rovinarle il curriculum...) gli si propone di andarsene in cambio di una buonuscita e qualche mese di paga in più, in parte devoluti per sistemazione presso l'agenzia di cui sopra.
Lo sventurato, titubante, visita il luogo. Gli si prospettano mirabilie, si elencano infiniti casi risolti per il meglio, di persone che nel giro di un mese hanno trovato lavori eccezionali, con stipendi da favola. SI millantano appoggi, conoscenze, qualifiche. E lo sventurato, di solito, accetta.

Ciò che non gli si dice, mai, è che queste agenzie sono specialiste soprattutto nel trovare lavoro a chi l'avrebbe trovato comunque di suo, e senza difficoltà. Che sono "mordi e fuggi", tanto che cambiano spesso nome e uffici.
Che in pratica spillano all'azienda per tacitarsi la coscienza, e indirettamente, alle tasche stesse del dipendente, migliaia di euro, per dargli in cambio che cosa?

All'inizio, la sensazione di continuare a lavorare.
Ti alzi, ti vesti, vai "in ufficio". Lì si trovano giornali o archivi di indirizzi da consultare. Cosa che, con piccola spesa, uno avrebbe potuto fare comunque da solo. I primi tempi ti fanno test psicologici, applicano sul tuo curriculum tutte le possibili permutazioni lineari di attività, studi, qualifiche, hobbies, giusto per renderlo più interessante. Fine del loro contributo.
Poi uno si scrive le sue lettere, le stampa, le spedisce per posta o e-mail.

Hanno elenchi di indirizzi di ditte con le persone da contattare. E uno se le contatta, mendicando colloqui per telefono o per lettera. Personalmente, a nome suo, senza nessuna intermediazione. A meno che l'agenzia non sia pagata a numero di contatti procurati: allora, insistono per spedire il candidato anche a colloqui per giocoliere, astronauta o spazzacamino.

Se il candidato non ha successo, ogni giorno in agenzia trova sempre le stesse persone, a sfogliare elenchi. Sempre le stesse, sempre più rassegnate e sfiduciate.
E come si dice per l'ospite che si trattiene troppo a lungo, anche queste persone sembrano ammorbare l'atmosfera del luogo, e vengono guardate male dai titolari. Rovinano l'immagine.

Finché non si frequenta più l'agenzia, e ci si arrangia da soli, con iniziative personali, o con il tradizionale metodo italico, ricorrendo a parenti e amici. E allora, solo allora, forse, si trova il sospirato lavoro.

Milena Debenedetti

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(vignetta di mimmo lombezzi)

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