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In questa guerra sappiamo bene chi perde (i poveracci sotto le bombe) ma vale la pena di approfondire su chi vince. A parte Bush, i petrolieri e Giuliano Ferrara, scopriamo che a fregarsi le mani in attesa di Bagdad libera sono centinaia di industriali italiani. Lo scopriamo su Panorama, ultima copertina Avanti Marines, roba che neanche la Domenica del Corriere ai tempi del Fascio. Ce lo spiega un pezzo di Renzo Rosati:
La speranza prevalente è quella della vittoria militare in tempi ragionevoli, cioè entro l'inizio di maggio, e della ricostruzione politica ed economica alla quale l'Italia è fortemente interessata. L'Italia è già oggi il quinto partner economico dell'Iraq, con 340 milioni di euro di esportazioni, mentre Baghdad è all'ottavo posto nelle forniture di greggio al nostro paese. Ma soprattutto l'Italia ha già cospicui interessi in tutta l'area del Golfo Persico, valutati 9 miliardi di euro. Una stabilizzazione con il contributo del nostro paese è considerata un'assoluta priorità. Anche perché sia negli Usa sia in Europa (in particolare in Francia e Germania) è già iniziata la caccia agli appalti del dopo Saddam. Questo è il processo nel quale Roma vorrebbe avere voce in capitolo anche come presidente dell'Unione Europea nel secondo semestre 2003. (qui il pezzo intero).
Ovviamente le imprese che costruiranno lIraq della libertà (o Il Nuovo Miracolo Iracheno, fate voi) sono le stesse che hanno costruito lIraq della tirannia. Come limprenditore vicentino che, su mezza stampa italiana, si è vantato per tutta la scorsa settimana di aver progettato il bunker antiatomico di Saddam. Con la stessa faccia tosta eccoli oggi a progettare laboratori e capannoni. Eventuali rimorsi di coscienza, concorderebbe Ferrara, sono problemi di pacifisti e antiamericani.
pennarossa.it ©2003
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