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Riti & miti del calcio dilettante: Io domani vado a lavorare

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Siete convinti che i calciatori professionisti siano malati di scaramanzia? Dilettanti e amatori sono molto peggio: riti, miti manie... Vediamone qualcuno tra i più duri a morire.

“Batti il piede per terra”.
In lingua italiana questo detto non esiste: pronunciatelo a seconda della vostra regione d’appartenenza e subito vi diverra familiare: “Batti il pìe par tèra” in veneto, “pica el pè in tera” in milanese eccetera). Sembra impossibile ma, alle porte del Duemila, esistono ancora vecchi e intramontabili mister che usano questa frase come se fosse il Sim Sala Bim di Silvan. Voi potete trovarvi, dopo uno scontro di gioco, con la caviglia che si gonfia a vista d'occhio e mentre saltellate su una gamba ululando dal dolore l’unica cosa che arriva dalla panchina è l’ordine: “Batti il piede per terra!”. Come se fosse il miglior rimedio di questo mondo.
Dai campi d’erba verdissima di Bolzano a quelli in terra battuta di Lampedusa, migliaia di giovani promesse, negli ultimi cento anni, hanno ascoltato il consiglio e battuto il piede per terra. Oggi qualcuno ancora si chiede come mai il calcio italiano debba ricorrere così frequentemente al mercato estero e come mai tutti i medici ortopedici abbiano tre auto e la villa al mare. Se mai, durante una partita, vi imbattete in un mister che urla a un povero cristo a terra dopo uno scontro “Batti il piede per terra!”, non fate gli gnorri: fate il 113.

Il gol è cieco.
Ha cominciato Ravanelli: dopo ogni gol, la maglia sulla faccia e una corsa sfrenata sotto la tribuna. L’hanno imitato in migliaia, felicissimi di poter sfogare la loro gioia con un gesto così fuori dal comune. Solo che Ravanelli, da buon professionista, veste magliette elegantemente traforate, che gli permettono di vedere dove va. Dilettanti e amatori devono spesso accontentarsi di ben altra qualità, sicché la corsa di gioia diventa un percorso a rischio: le cronache locali sono piene di capocciate contro reti di recinzione, panchine, pali della porta, avversari e arbitri.
Il vero scandalo di questo rito importato dal professionismo è però quello che si vede sotto la maglia: sbiadite canottiere bucate o macchiate di pomodoro, o peggio ancora t-shirt con improbabili marchi di salumerie rionali, ferramenta di quartiere, aziende di laterizi, pizza drin , trattorie Dal Baffo chiuso il lunedì, idrotermiche Meneguzzo e f.lli... È più triste questo campionario o la gioia sponsorizzata di Ravanelli?

“Io domani vado a lavorare”.
La peggior frase in cui potete imbattervi in un campo da calcio. Di solito viene pronunciata, o meglio urlata, da centrocampisti-abatini dall’eterno dribbling e la grinta scaduta. Non è raro però sentirla uscire dalla cavità orale di insospettabili centravanti di novanta chili.
“Io domani vado a lavorare!” segue solitamente un fallo subìto, per impressionare l’arbitro affinché tiri fuori il cartellino e sopratutto il giocatore colpevole: per l’autore del fallo infatti, queste cinque parole dovrebbero pesare come un macigno perché significano “Non solo hai compiuto un efferato, scorretto e vile intervento, ma un vero sacrilegio giacché rischi di far perdere a questo lavoratore, domani, la possibilità di fare il suo dovere, lavorare!, e guadagnare in modo da sostenere la famiglia altrimenti costretta alla fame...”.
Possibile che nemmeno durante una partita di calcio si possa fare a meno di pensare alla sacralità del lavoro?
Siate quindi felici se l’avversario, in risposta a un vostro fallo, vi manda semplicemente a quel paese e poi amici come prima. Ma quando sentite un “Io domani vado a lavorare!” non abbiate pietà. E rispondete per le rime. Ecco una rosa di frasi fatte per l’occasione:
“Beato te, io sono disoccupato”. D’effetto, ma bisogna saperlo pronunciare con occhi tristi e mogi. Magari l’arbitro, imprenditore, non vi ammonisce e vi offre pure un lavoro.
“Ma come, lei non è un professionista?”. Più squallida, ma se pesate ottanta chili (e lui cinquanta) fate pure...
“Mi scusi, sono veramente pentito e mortificato”. Non particolarmente brillante, ma se i rapporti di peso sono rovesciati, la consigliamo vivamente. Altrimenti sarete voi, l’indomani, che non potrete andare a lavorare.
(m.r.)

"Riti e miti del calcio dilettante" sono stati pubblicati dal mensile Nuovo Calcio dal 1997 al 1999.


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