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Scuola di giornalismo: i rantoli della nera

15 maggio 2002
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L’hanno trovato che rantolava in un lago di sangue. I vicini sono stati insospettiti dall’insopportabile fetore che proveniva dall’appartamento. Il corpo della donna era ormai in avanzato stato di decomposizione. Il corpo dell’uomo tra le lamiere era orribilmente sfigurato.

Chi legge la nera nei giornali, i locali soprattutto, sbatte spesso gli occhi su cronache di questo genere: un linguaggio a mezza via tra gli sgrammaticati verbali dei carabinieri (“il Petruzzi è stato rinvenuto in stato di decesso”) e i Milano violenta di Franco Nero.

Passi per i carabinieri che accorrevano sul posto, ma quello che ai neristi è difficile perdonare, più che la mancanza di rispetto di fronte alla morte, è la poca sensibilità di fronte ai vivi.

Come vi sentireste a essere la sorella dell’uomo che rantolava in un lago di sangue o il figlio della donna irriconoscibile perché orrendamente sfigurata?

I neristi sono giornalisti particolari: non hanno paura di guardare la morte in faccia (quella altrui, per lo più) e sanno che al lettore piace il realismo da racconto giallo. Però basterebbe poco: si può essere sfigurati anche non orribilmente, essere ancora vivi senza rantolare, essere morti da cinque giorni senza stati di decomposizione avanzati o arretrati. Per arrivare a tanto, siamo disposti a sopportare di tutto, anche il tempestivo intervento dei sanitari. E pazienza se più che al Suem sembrano appartenere a un catalogo Ideal Standard.


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