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Dal libro bianco di Milena Debenedetti sulle grandi e moderne aziende italiane.
sulla lapide di quegli astronauti bisognerebbe scrivere: "caduti per la riduzione costi"
nel nome del risparmio oggi tutto è ammesso. E si propaga a cascata
tutti ci perdono, qualcuno come sempre ci guadagna |
L'abbiamo vista tutti quella striscia bianca nel cielo azzurro, che si divideva in tanti piccoli pezzettini sciamanti in tutte le direzioni, compresi, ahimè, brandelli di esseri umani bruciacchiati, per usare i toni soffusi della cronaca. Poi ognuno ha tratto le sue considerazioni: chi ci patisce, chi si commuove per le vittime, chi teme un rallentamento dei programmi spaziali, chi non gliene frega niente che ci sono altri problemi peggiori e tanto quelli lo sapevano che rischiavano le penne...
In Italia puntuali sono arrivati i deliri dei media, soprattutto della carta stampata. A dimostrare che buon senso e concretezza sono modelli anglosassoni che da noi, patria della retorica, non attaccano e ingenerano sospetto. Dalla predica modello Savonarola di don Leonardo Zega, e di tutti quelli che più o meno pensano si sia trattato di un ammonimento divino contro la nostra superbia, (torniamo al Medioevo senza passare dal via?), a chi è andato a cercare simboli e minacce perché c'era un israeliano a bordo, fino all'offensiva stile "io ho fatto studi umanistici e la scienza mi sta sulle palle perché avevo sempre quattro in matematica", un atteggiamento tipico della nostra intellighenzia, espresso molto bene da Scalfari, che si e' messo a blaterare luoghi comuni quali: "Ormai è l'uomo a essere al servizio della tecnica, la quale gli impone il suo sviluppo come fine ultimo e come valore in se' ". Bella frase. Aspetto che qualcuno mi spieghi cosa c'entra in questo caso.
Insomma, è evidente, se mai ci fosse bisogno di prove in merito, che tutti questi giornalisti, saggisti, pubblicisti, filosofi, mistici d'assalto, non sanno niente del mondo del lavoro, non avendo mai, probabilmente, lavorato essi stessi.
Eppure qualche indizio pratico, per evitare di andare così per farfalle, nella cronaca c'era. Dalla fessura sull'ala, alle famose piastrelline, alle dichiarazioni di uno scienziato licenziato tempo fa dalla Nasa.
Lasciamo perdere il sacrificio dei pionieri e il tributo pagato al progresso (o alla superbia dell'umanità, se preferite la versione parrocchiale): io sull'eventuale lapide dedicata a quei poveri astronauti, scriverei piuttosto "caduti per la riduzione costi".
Eh, sì, ogni religione ha i suoi martiri, diciamolo, e quello della riduzione costi è ormai un credo universale, intoccabile, indiscutibile. In nome del quale tutto è ammesso, tutto è lecito. E che si propaga a cascata.
Non ho dati certi sulla Nasa, so solo che negli ultimi anni ha subito pesanti tagli di fondi, grazie appunto al piano di riduzione costi del governo Usa, che deve aver ascoltato don Zega e non crede più alla conquista dello spazio, specie da quando i russi hanno le pezze al culo. A sua volta, cosa avrà fatto la Nasa, per stare nei bilanci? Provo a indovinare: tagli su personale esperto, frequenza dei controlli, qualità dei materiali? Lavori appaltati all'esterno, a ditte a basso costo ma di dubbia professionalità?
C'è bisogno di aggiungere altro, o tantomeno di scomodare la collera divina, quando già sappiamo fare tutto così bene da soli?
I risultati di questa riduzione costi esasperata sono evidenti in ogni settore, anche senza raggiungere traguardi così spettacolari ed eclatanti come l'esplosione di uno Shuttle. Sulla qualità e durata dei prodotti, sulla qualità della vita di chi lavora, qui e ancora più nelle fabbriche del terzo mondo, sui programmi per il futuro. O meglio, sulla mancanza di essi.
Perché in un quadro filosofico di questo tipo, sopravvive, e male, solo ciò che è di corto respiro. Niente piani a lunga scadenza. Carpe diem, o meglio, carpe bonus. E intasca.
Un solo aggettivo per definire questa politica: miope. Tanto che meriterebbe di avere per simbolo una talpa, con tutto il rispetto per i simpatici e utilissimi animaletti scavavermi.
Non c'è bisogno di interpellare economisti e bocconiani, anzi, meglio lasciarli perdere.
Persino una sagace massaia rurale di una volta (ma ne esistono ancora? Ne possiamo mettere una al posto di Tremonti?) saprebbe dire tutto ciò che c'è di ideologicamente sbagliato, di fondamentalmente inutile, e potenzialmente pericoloso, in questa forma mentale.
Per farlo, le basterebbe citare dei vecchi proverbi, come la Zingara. Tipo "chi più spende meno spende", o "non si possono fare le nozze con i fichi secchi".
Insomma, non si realizza niente risparmiando troppo, anzi, si finisce per incorrere in inconvenienti che fanno spendere il doppio. Non si può costruire per il futuro senza investire qualcosa, in termini di soldi, certo, ma anche di idee, coraggio, entusiasmo, speranza. Tutte cose che latitano paurosamente nei sacerdoti della nuova tirchieria e nei loro molti seguaci.
Be', che posso dire... intanto noi continuiamo a fare buchi alla cintura, in attesa di fare la fine dell'asino della favoletta. Si', quello il cui padrone aveva scoperto di poterlo far lavorare senza mangiare, ed era tutto contento, solo che alla fine l'animale moriva. . Ma proporrei una nuova versione, più adatta ai tempi: l'asino che crepa di fame dopo una vita di lavoro, mentre il padrone manager, con i soldi risparmiati del "budget" per il fieno, se ne va in vacanza alle Maldive.
Milena Debenedetti
pennarossa.it ©2003
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