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Fantozzi al tempo del blazer: il lavoro di team seconda parte

vade retro! Il Project Leader

18 marzo 2003
. Dal libro bianco di Milena Debenedetti sulle grandi e moderne aziende italiane.

• si scrive project leader, si legge accaparratore di meriti non suoi
• un incarico perfetto: non fare niente, ma con molta eleganza
• la difficoltà maggiore: battere i record di Tetris

Figura complessa, con molte sfaccettature. Si dice project leader, o team leader, e si traduce, a seconda dei casi, capro espiatorio, o accaparratore di meriti non suoi.
Questo funziona meglio delle traduzioni letterali, impossibili con questi termini inglesi ormai entrati nell'uso comune. "Project" come progetto, può andare, e così tutti i termini correlati. Ma "team", ad esempio, come lo traduciamo? "Squadra"? E vi pare che "caposquadra" suoni bene, o non ricorda invece dei carpentieri in un cantiere edile?

Il dubbio se il lavoro di team sia stato inventato per un principio tayloristico di efficienza, per modernizzare le strutture, o non piuttosto come pretesto per nascondere il "non c'è trippa per gatti", rimane. Infatti a progetto completato di solito non c'è molto di più che una pacca sulle spalle, per tutti, tranne per quei furbi che hanno saputo curare la "visibility". E la nomina dei project leader generalmente è un modo per dare una gratificazione a costo zero a tutti coloro che non si possono o vogliono promuovere.

Gratificazione che in realtà è una bella gatta da pelare, visto che si deve convincere a lavorare delle persone sulle quali non si ha autorità, che hanno altre diecimila cose da fare e il fiato sul collo dei capi. Tutto dipende da quanto è importante per l'azienda il progetto in questione: ma siccome nulla avviene per caso, e niente per logica, non è che uno sia destinato a un progetto migliore perché più meritevole, più esperto, preparato e motivato.
No: non le persone in funzione dei progetti, ma il progetto in funzione della persona. E quindi, dai l'incarico più in vista a chi hai già intenzione di promuovere, ai privilegiati, e le rogne peggiori agli altri.

E qui entra in ballo un'altra parola magica inglese, pesante come un macigno: l' "empowerment". In sintesi, se non c'hai l'empowerment, sei una pippa. Un incarico senza empowerment è meno di zero. Non importa quanto ti dai da fare, quanto sei bravo, che risultati ottieni: se i capi non credono in te, ti agiti per niente, puoi anche inventare la fusione fredda, e nessuno ti noterà.
Mentre nel frattempo il tipo destinato a un progetto in vista, che sta andando a rotoli tra l'altro, passeggia bellamente come fosse in vetrina, beandosi del suo titolo, mietendo successi e consensi e preparandosi a traguardi futuri.

Ora, di per sè il ruolo di project leader sarebbe un perfetto incarico per chi non ha voglia di lavorare: se il team più o meno funziona, se il progetto va avanti, deve limitarsi a convocare qualche riunione e fare qualche telefonata ogni tanto.
Se invece il progetto va male e il team è in lite continua, deve convocare riunioni più frequenti e rendere le telefonate un po' più convulse, fingendo di preoccuparsi, per poi tornare tranquillamente a giocare a Tetris. Intanto, appunto, se è destinato a far carriera, va avanti in ogni caso, se è un perdente, nessuno si stupirà che il suo progetto fallisca, al massimo, visto che è già esperto del ruolo, gliene assegneranno un altro, e amen.
Ma la legge del contrappasso è in agguato, ed eccola lì, la maledizione biblica del project leader... il "project planning" (nella prossima puntata).

Milena Debenedetti

pennarossa.it ©2003

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