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Dal libro bianco di Milena Debenedetti sulle grandi e moderne aziende italiane.
Un tempo le aziende volevano dedizione in cambio di sicurezza e privilegi. Oggi pretendono molto di più, in cambio di molto meno. Ma guai a non sembrare grato e felice
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Vogliamo continuare a farci del male? E facciamoci del male, va'! Parliamo di gratificazioni sul lavoro, anche se l'argomento suscita semplicemente amare risate.
Diciamoci la verità: mai come in questo periodo storico si era andati al lavoro con il groppo in gola. Ogni giorno è un boccone amaro da ingoiare, e negli uffici non senti altro che parlare di complicati calcoli per la pensione. Alcuni dipendenti ultra cinquantenni si aggirano ciabattando, con le spalle un po' curve, idealmente proiettati a gironzolare in giacca da casa e portar fuori la spazzatura. Altri, che probabilmente hanno rifatto i calcoli per la decima volta e ancora non gli dice bene, guardano rancorosi i colleghi o il malcapitato utente allo sportello e studiano in ogni modo come fargliela pagare, neanche fosse colpa loro.
Gli altri, gli under cinquanta, hanno l'aria spaesata, rassegnata, amorfa, i più giovani lo sguardo perennemente precario, neppure la pensione in cui sperare, oppure, se sono stati sufficientemente minacciati di trasferimento o licenziamento/indottrinati da spietati corsi di rieducazione/adescati con vaghe promesse, hanno quel sorriso a quaranta denti e quell'entusiasmo forzato di chi è complice di una rapina, perché ha una pistola alla nuca e la famiglia rapita dalla mafia.
Ma non è stato sempre così. Un tempo cercavano di ottenere la tua totale devozione e dedizione all'impresa: dovevi amare il tuo lavoro perché era quello che ti dava il pane, essere orgoglioso della ditta, ossequioso verso i capi, distaccato e formale verso gli inferiori. Sentirti parte di un tutto, vivere solo in quello e di quello.
Poi le cose si sono lentamente evolute: l'azienda richiedeva disciplina e fedeltà, ma dava in cambio sicurezza, qualche piccolo privilegio, considerazione e premi per i migliori.
Sulla spinta del sessantotto le cose hanno preso un po' la mano, ci si è data una vernice di democrazia, e il sistema, da meritocratico che era, si è fatto demagogico: premi e prebende per tutti, distribuiti a casaccio, più o meno ingiustamente.
Poi, una nuova sterzata autoritaria, sull'onda di riflusso partita vent'anni fa e che non si è mai più fermata: piano piano si ritornava a parlare di competizione, di tagli agli stipendi, di licenziamenti, ma i tempi erano un po' cambiati, e bisognava smussare gli aspetti più rudi, infiocchettare il tutto, per renderlo digeribile. Non è forse la nostra la civiltà dell'immagine, del marketing e della comunicazione? E dunque usiamo quelli, al posto dell'olio di ricino e del manganello. E' più comodo, oltretutto.
Per cui, in tempi non lontani, si è arrivati alla tendenza ad andare a fondo, a scavare nella psicologia dell'individuo, pretendendo di garantirgli l'assoluto benessere, anziché fermarsi alla superficialità, come si faceva un tempo. Non ci si accontentava più che il dipendente svolgesse un lavoro onesto, competente, efficiente, anzi, non importava per niente: si voleva la catarsi. Il trionfo della filosofia Zen applicata al lavoro.
Dice: cosa fa felice l'uomo? Semplice, risponderebbero tutti: i soldi, la carriera, il successo.
Eh no, troppo facile. Banale e scontato. Andiamo oltre: cosa cerca di procurarsi l'essere umano attraverso soldi carriera eccetera? Delle sensazioni positive. Delle gratificazioni.
Allora perché non cercare di dargli direttamente queste ultime? Si ottengono così gli stessi risultati con molto meno dispendio di energie e meno spese (a parte il costo terrificante dei consulenti, e dei barbosi corsi a cui venivano spedite le persone a indottrinarsi, anziché far loro un semplice aumento di stipendio).
L'azienda non voleva che uno si recasse giornalmente al suo grigio lavoro senza prospettive imprecando e strascicando i piedi: voleva che si mostrasse felice, di quel lavoro. Che trovasse in se stesso le motivazioni e la carica per svolgerlo con entusiasmo. Senza preoccuparsi di cose volgari come il vile denaro, la carriera, i risultati.
La sua autentica vita doveva essere lì dove si trascorre la maggior parte del tempo da svegli; non si può passare tutta la settimana pensando al week-end: questa è, come ti insegnavano nei corsi, una "strategia perdente". Bisognava sforzarsi a tutti i costi di trovare i lati positivi, fino a trasformare l'ufficio in una specie di eden ovattato e confortevole, la ragione della propria vita. Una difesa da tutta la bruttura che sta fuori. Una nuova versione di Maometto che va alla montagna. La vera strada per la felicità.
Questa autentica rivelazione, questa nuova tendenza del minimalismo ideale, si poteva riassumere con il semplice slogan: per quanto sia disagevole il tuo stato, la soluzione migliore è convincerti che stai benissimo. Tanto, non lo puoi cambiare. Era solo l'ultimo passaggio, l'ultima facciata, come un fondale da cinema puntellato alla meno peggio. Adesso anche questo si sta sgretolando, non ci crede mica più tanto nessuno, non si finge neanche più, e l'autogratificazione forzata è ridotta a: mi serve lo stipendio a fine mese. Un po' poco, per tirare avanti.
Immaginatevi dunque il Sistema, partito come un impettito generale con i mustacchi, trasformarsi in un padre ottocentesco, severo ma giusto, in un politico clientelare stile DC in doppiopetto, in un atletico yuppie rampante col telefonino, in un rompiballe di psicanalista californiano in tuta da jogging. E ora, lo psicanalista è diventato consigliere, e il padrino, scortato da due picciotti con lupara, ti dice con paterna minaccia che devi essere contento di lavorare. E contento di perdere il posto, pure, se capita.
E com'è che non ti vedo ancora sorridere, ah?
Milena Debenedetti
pennarossa.it ©2003
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